giovedì 12 dicembre 2019

12 Dicembre - La Madonna di Guadalupe


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Una madre per tutti i popoli, che sa parlare a ogni cultura: è così che ancora oggi si presenta la Vergine di Guadalupe, vero cardine spirituale del Centro e Sud America. Apparve tra il 9 e il 12 dicembre 1531 a un indio messicano forse già sessantenne, Juan Diego Cuauhtlatoatzin, che è santo dal 2002. A quel tempo il Messico era terra di conquista ma anche di sfregio alla dignità umana, perché spesso i conquistatori non ebbero pietà per gli indios. Anche per questo l'apparizione di Maria è un segno di cura nei confronti degli oppressi e dei sofferenti di tutto il mondo. Al veggente Maria affidò il compito di fa costruire una basilica dedicata a lei ma non fu facile convincere il vescovo: ci volle un prodigio, con l'immagine della Madonna che apparve sul mantello del contadino.



Con gli oltre venti milioni di pellegrini che lo visitano ogni anno, il santuario di Nostra Signora di Guadalupe, in Messico, e’ il più frequentato e amato di tutto il Centro e Sud America. Sono pellegrini di ogni razza e d'ogni condizione - uomini, donne, bambini, giovani e anziani - che vi giungono dalle zone limitrofe alla capitale o dai centri più lontani, a piedi o in bicicletta, dopo ore o, più spesso, giorni di cammino e di preghiera.
L’apparizione, nel XVI secolo, della “Virgen Morena” all’indio Juan Diego e’ un evento che ha lasciato un solco profondo nella religiosità e nella cultura messicana. La basilica ove attualmente si conserva l'immagine miracolosa e’ stata inaugurata nel 1976. Tre anni dopo e’ stata visitata dal papa Giovanni Paolo II, che dal balcone della facciata su cui sono scritte in caratteri d'oro le parole della Madonna a Juan Diego: “No estoy yo aqui que soy tu Madre?”, ha salutato le molte migliaia di messicani confluiti al Tepeyac; nello stesso luogo, nel 1990, ha proclamato beato il veggente Juan Diego, che e’ stato infine dichiarato santo nel 2002.
Che cosa era accaduto in quel lontano secolo XVI in Messico? Con lo sbarco degli spagnoli nelle terre del continente latino-americano aveva avuto inizio la lunga agonia di un popolo che aveva raggiunto un altissimo grado di progresso sociale e religioso. Il 13 agosto 1521 aveva segnato il tramonto di questa civiltà, quando Tenochtitlan, la superba capitale del mondo atzeco, fu saccheggiata e distrutta. L’immane tragedia che ha accompagnato la conquista del Messico da parte degli spagnoli, sancisce per un verso la completa caduta del regno degli aztechi e per l’altro l’affacciarsi di una nuova cultura e civiltà originata dalla mescolanza tra vincitori e vinti. E’ in questo contesto che, dieci anni dopo, va collocata l’apparizione della Madonna a un povero indio di nome Juan Diego, nei pressi di Città del Messico. La mattina del 9 dicembre 1531, mentre sta attraversando la collina del Tepeyac per raggiungere la citta’, l’indio e’ attratto da un canto armonioso di uccelli e dalla visione dolcissima di una Donna che lo chiama per nome con tenerezza. La Signora gli dice di essere "la Perfetta Sempre Vergine Maria, la Madre del verissimo ed unico Dio" e gli ordina di recarsi dal vescovo a riferirgli che desidera le si eriga un tempio ai piedi del colle. Juan Diego corre subito dal vescovo, ma non viene creduto.
Tornando a casa la sera, incontra nuovamente sul Tepeyac la Vergine Maria, a cui riferisce il suo insuccesso e chiede di essere esonerato dal compito affidatogli, dichiarandosene indegno. La Vergine gli ordina di tornare il giorno seguente dal vescovo, che, dopo avergli rivolto molte domande sul luogo e sulle circostanze dell’apparizione, gli chiede un segno. La Vergine promette di darglielo l’indomani. Ma il giorno seguente Juan Diego non puo’ tornare: un suo zio, Juan Bernardino, è gravemente ammalato e lui viene inviato di buon mattino a Tlatelolco a cercare un sacerdote che confessi il moribondo; giunto in vista del Tepeyac decide percio’ di cambiare strada per evitare l’incontro con la Signora. Ma la Signora è la’, davanti a lui, e gli domanda il perche’ di tanta fretta. Juan Diego si prostra ai suoi piedi e le chiede perdono per non poter compiere l’incarico affidatogli presso il vescovo, a causa della malattia mortale dello zio. La Signora lo rassicura, suo zio e’ gia’ guarito, e lo invita a salire sulla sommita’ del colle per cogliervi i fiori. Juan Diego sale e con grande meraviglia trova sulla cima del colle dei bellissimi "fiori di Castiglia": è il 12 dicembre, il solstizio d’inverno secondo il calendario giuliano allora vigente, e né la stagione nè il luogo, una desolata pietraia, sono adatti alla crescita di fiori del genere. Juan Diego ne raccoglie un mazzo che porta alla Vergine, la quale pero’ gli ordina di presentarli al vescovo come prova della verita’ delle apparizioni. Juan Diego ubbidisce e giunto al cospetto del presule, apre il suo mantello e all’istante sulla tilma si imprime e rende manifesta alla vista di tutti l’immagine della S. Vergine. Di fronte a tale prodigio, il vescovo cade in ginocchio, e con lui tutti i presenti. La mattina dopo Juan Diego accompagna il presule al Tepeyac per indicargli il luogo in cui la Madonna ha chiesto le sia innalzato un tempio. Nel frattempo l’immagine, collocata nella cattedrale, diventa presto oggetto di una devozione popolare che si è conservata ininterrotta fino ai nostri giorni. La Dolce Signora che si manifesto’ sul Tepeyac non vi apparve come una straniera. Ella infatti si presenta come una meticcia o morenita, indossa una tunica con dei fiocchi neri all’altezza del ventre, che nella cultura india denotavano le donne incinte. E’ una Madonna dal volto nobile, di colore bruno, mani giunte, vestito roseo, bordato di fiori. Un manto azzurro mare, trapuntato di stelle dorate, copre il suo capo e le scende fino ai piedi, che poggiano sulla luna. Alle sue spalle il sole risplende sul fondo con i suoi cento raggi. L'attenzione si concentra tutta sulla straordinaria e bellissima icona guadalupana, rimasta inspiegabilmente intatta nonostante il trascorrere dei secoli: questa immagine, che non e’ una pittura, nè un disegno, nè e’ fatta da mani umane, suscita la devozione dei fedeli di ogni parte del mondo e pone non pochi interrogativi alla scienza, un po’ come succede ormai da anni col mistero della Sacra Sindone.
La scoperta piu’ sconvolgente al riguardo e’ quella fatta, con l’ausilio di sofisticate apparecchiature elettroniche, da una commissione di scienziati, che ha evidenziato la presenza di un gruppo di 13 persone riflesse nelle pupille della S. Vergine: sarebbero lo stesso Juan Diego, con il vescovo e altri ignoti personaggi, presenti quel giorno al prodigioso evento in casa del presule. Un vero rompicapo per gli studiosi, un fenomeno scientificamente inspiegabile, che rivela l’origine miracolosa dell’immagine e comunica al mondo intero un grande messaggio di speranza. Nostra Signora di Guadalupe, che appare a Juan Diego in piedi, vestita di sole, non solo gli annuncia che e’ nostra madre spirituale, ma lo invita – come invita ciascuno di noi - ad aprire il proprio cuore all'opera di Cristo che ci ama e ci salva. Meditare oggi sull'evento guadalupano, un caso di “inculturazione” miracolosa, significa porsi alla scuola di Maria, maestra di umanita’ e di fede, annunciatrice e serva della Parola, che deve risplendere in tutto il suo fulgore, come l'immagine misteriosa sulla tilma del veggente messicano, che la Chiesa ha recentemente proclamato santo.

Lettera Santo Natale 2019





venerdì 30 novembre 2018

Paradosso Norvegese: l'ideologia gender rifiuta la biologia?


 il video del comico che fece chiudere il " Nordic Gender Institute"
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per accedere al video
https://youtu.be/_50fAgQiMXg


Un documentario scandinavo di successo dimostra l’inconsistenza scientifica di questa ideologia. Dopo il dibattito scaturito, le Istituzioni tagliano i fondi al Nordic Gender Institute
I fautori dell’ideologia della parità di genere, qui in Italia, guardano ai Paesi scandinavi come a dei modelli da seguire. Non tutti sanno, però, che nella progressista Norvegia, ad esempio, l’ideologia gender ha sì conosciuto una fase storica di popolarità, ma oggi si sta sciogliendo come un blocco di ghiaccio nel mare di Barents all’approssimarsi della stagione estiva.

Lo dimostra un fatto su tutti. Nel 2011 il Consiglio dei ministri dei governi nordici ha deciso di sospendere i finanziamenti al Nordic Gender Institute, fervido centro di ricerche sull’uguaglianza di genere nonché bandiera dell’ideologia gender. La decisione è avvenuta a seguito di un dibattito che ha appassionato l’opinione pubblica scandinava per diversi mesi.

A suscitarlo è stata la trasmissione sulla tv nazionale norvegese di un documentario girato dal sociologo e attore Harald Eia, famoso in patria per essere il protagonista di un programma comico. Il documentario si chiama Hjernevask (lavaggio del cervello) e ha il pregio di indagare in modo meticoloso sull’eventuale presenza di fondamenti scientifici dell’ideologia gender, secondo cui donne e uomini sarebbero diversi solo dal punto di vista fisico, poiché le attitudini costituirebbero caratteri non innati bensì appresi da imposizioni culturali da eliminare.

Nella prima puntata Eia prende in esame quello che lui definisce il “paradosso norvegese”. La sua inchiesta parte dall’Università di Oslo, dove incontra Camilla Schreiner, autrice di una ricerca dalla quale emergono dati sorprendenti circa le scelte e gli interessi lavorativi dei due sessi. Dati che dimostrano che in Norvegia, dopo anni di politiche per la parità di genere, le differenze tra uomini e donne sono più marcate rispetto al passato. I cosiddetti “stereotipi” trovano conferma proprio nel Paese che guida la classifica mondiale in campo di rispetto dell’uguaglianza di genere: la dimostrazione è che il 90% degli infermieri sono donne e il 90% degli ingegneri sono uomini.

La conclusione cui giungono gli esperti è quindi che, laddove è concessa maggiore libertà d’espressione senza condizionamenti, le donne e gli uomini esprimono scelte differenti. Teoria corroborata anche da un altro fatto: in Paesi in cui l’uguaglianza di genere resta una chimera (Arabia Saudita, Pakistan, Malesia…), le donne prediligono attività professionali tecniche, giacché vengono viste come un mezzo di emancipazione o, semplicemente, come opportunità lavorative con più offerta.

Ne danno prova, nel documentario, Cathrine Egeland, filosofa che lavora all’Istituto di ricerca del lavoro, e Jørgen Lorentzen, del Centro di ricerca interdisciplinare sul genere dell’Università di Oslo. Quest’ultimo definisce “studi superati” le teorie secondo cui le differenze tra uomini e donne sono dovute, oltre che in parte ad aspetti culturali, anche e soprattutto a fattori biologici. E sorride sarcastico quando l’intervistatore gli fa presente dell’esistenza di qualificate ricerche sull’origine innata delle differenze sessuali.

Per andare al di là di quel ghigno superbo, Eia si mette in viaggio e decide di incontrare personalmente gli autori di quegli studi che Lorentzen ritiene esser “superati”. Attraversa così la Norvegia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti e visita alcune tra le più prestigiose università del mondo. È qui che dialoga con professori di psicologia, medicina e sociologia.

Tutti gli esperti intervistati da Eia affermano che le differenze sessuali sono soprattutto di carattere biologico, ma essi non escludono affatto l’esistenza di influenze ambientali. Al contrario, i pasdaran della “gender theory” si arrogano di negare ogni incidenza biologica fondando le loro tesi soltanto sugli aspetti culturali e – come dicono loro stessi – sulla teoretica, ossia su un’attività priva di finalità pratiche.
da zenit.rog

martedì 7 marzo 2017

pellegrinaggio Lourdes, Santiago di Compostela e Fatima


800 orfani gettati nella fossa comune in Irlanda?


Gli 800 orfani gettati nella fossa comune in Irlanda? L’unico orrore sono le bufale (in chiave anticattolica) dei giornali. 
«Non ho mai detto a nessuno che 800 bambini sono stati buttati in una fossa comune». Questa la dichiarazione di Catherine Corless, la storica che ha SVOLTO l’indagine sui bambini scomparsi tra il 1925-1961 dall’orfanotrofio di Tuam, nella contea di Galway, e che una settimana fa è stata citata in tutto il mondo per il “ritrovamento” di una fossa comune con 800 copri. Ma se fidarsi è bene non fidarsi è certo meglio, infatti la storia che i media hanno subito trasformato in un’arma per l’ennesimo attacco alla Chiesa comincia ad assumere la sua vera forma ben diversa da quella proposta.

La stessa ricercatrice all’Irish Times, non ha mai detto che la morte di quei bambini fosse collegata alla fossa comune, già rinvenuta negli anni Settanta (Quindi molto prima), da due ragazzini.
LA VERITA' COMUNICATA DLLA RICERCATRICE: con i suoi studi VOLEVA appurare l’identità e il numero degli scomparsi, cercando di ricostruire le cause dei decessi. SEMPLICE!!!

«Non ho mai usato la parola “dumped” (“buttati via”, nda)», ha detto. «Volevo soltanto che quei bambini non fossero dimenticati».

Inoltre, le dimensioni della fossa biologica, dove i bambini sarebbero stati “gettati”, corrisponderebbero ad uno spazio poco più largo di un tavolo da caffè. «Non era in alcun modo possibile che 800 scheletri fossero in quel buco. Non so da dove i giornali abbiano appreso questo dato…. infatti erano circa 20».

La lettera del docente di Belfast diventa l’ultimo dettaglio di una settimana turbolenta sulla vicenda dell’orfanotrofio di Tuam, dove troppo in fretta si è collegata la scoperta nel 1975 di alcune ossa in una fossa appena fuori la struttura delle suore alla ricerca della storica Catherine Corless, che ha appurato la morte, per varie malattie, di tutti quei bambini durante il Novecento. Domenica, la stessa ricercatrice diceva di non aver mai detto che i piccoli sarebbero stati seppelliti nella fossa biologica. Alla sua voce si aggiunge quella di McCormick: molti ospedali irlandesi avevano un luogo comune di sepoltura per bambini nati morti o deceduti poco dopo il parto. «Questi erano, tavolta, in un cimitero limitrofo, ma più spesso in un’area apposta nei terreni dell’ospedale». Solo di recente si è affermata la tradizione di “restituire” i feretri dei bambini ai genitori, perché li seppellissero in sepolcri familiari. «Finché non si dà prova che sia diverso, la struttura di sepoltura di Tuam va descritta come una cripta sepolcrale comune».

Le testimonianze tratte dai documenti dell’epoca descrivono la Home con toni tutt’altro che drammatici: secondo il rapporto del Board of Health del ’35 era «una delle migliori istituzioni del Paese», mentre nel ’49 un giornale locale parlava di un’ispezione che «ha trovato tutto in ottimo ordine, e si è congratulata con le sorelle per le condizioni eccellenti».

La struttura INFINE viveva  delle sovvenzioni che arrivavano dall’apparato pubblico, difficile perciò concludere che quanto avveniva dentro quelle mura potesse essere solo ed esclusivamente frutto della perversione dei cattolici... 

giovedì 2 febbraio 2017

una cosa morta può andare con la corrente

"Una cosa morta può andare con la corrente, ma solo una cosa viva può andarvi contro" (G. K. Chesterton)

“A dead thing can go with the stream, but only a living thing can go against it.”


― G.K. ChestertonThe Everlasting Man

sabato 7 gennaio 2017

LA VERA STORIA DI BRAVEHEART E' PIU' BELLA DEL FILM

LA VERA STORIA DI BRAVEHEART E' PIU' BELLA DEL FILM
Il personaggio interpretato da Mel Gibson era un cattolico fervente, pregava con i salmi ogni giorno e alla sua morte un sacerdote vede la sua anima accolta in cielo dagli angeli
di Paolo Gulisano

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Epico, imperdibile, emozionante... È lunga la lista dei sinonimi per Braveheart (Cuore impavido) il film del 1995 diretto e interpretato da Mel Gibson. Un omaggio all'eroe nazionale scozzese William Wallace (1270-1305) il condottiero che guidò i suoi connazionali alla ribellione contro l'occupazione inglese. Chi non ricorda l'arringa prima della battaglia: «Certo, chi combatte può morire.. chi fugge resta vivo, almeno per un po'... agonizzanti in un letto, fra molti anni da adesso, siete sicuri che non sognerete di barattare, tutti i giorni che avrete vissuto a partire da oggi, per avere un'occasione, solo un'altra occasione, di tornare qui sul campo a urlare ai nostri nemici, che possono toglierci la vita; ma non ci toglieranno mai... la libertà!»
Peccato che il film incappi nel falso storico dello "Ius primae noctis", il mito (inventato da uno scozzese nel 1526) secondo cui nel Medioevo i feudatari avevano il diritto di portarsi a letto le spose dei loro sudditi nella prima notte di matrimonio [leggi: LO "IUS PRIMAE NOCTIS" E' UN FALSO STORICO,clicca qui
 N.d.BB].

LA FERVIDA FEDE CATTOLICA DI WALLACE
E un altro dettaglio trascurato è la «fervida fede cattolica» di Wallace come ha sottolineato l'Associazione Tradizione Famiglia Proprietà che dopo studi e ricerche in Scozia, ha ricostruito la biografia del nostro eroe: «William nasce nel 1270, secondo figlio di Sir Malcolm Wallace. Avviato alla vita ecclesiastica, egli riceve un'accurata educazione presso gli Agostiniani e i Benedettini, in Scozia e a Roma. Oltre alla madrelingua, il gaelico, parlava correntemente l'inglese, il latino, il francese e il tedesco. Sua madre, una donna molto devota, gli regala un Salterio, che egli pregherà ogni giorno della sua vita. Sin da piccolo, William faceva frequenti pellegrinaggi. Sono documentate le sue visite ai santuari di Dumfernline, Stirling e Strathaven. La tradizione vuole che egli abbia intrapreso il noviziato presso i Benedettini. Un fatto di sangue sconvolgerà la sua vita, facendogli abbandonare la vocazione religiosa e proiettandolo invece nell'occhio del ciclone degli avvenimenti politici. Nel 1292 una pattuglia inglese al comando di sir John Fenwick scova e uccide a sangue freddo suo padre e suo fratello maggiore, colpevoli di rifiutare il giuramento a Edoardo I d'Inghilterra e di sostenere, invece, la causa del Re scozzese John Balliol. Poco tempo dopo, William si scontra con un gruppo di soldati inglesi uccidendone due e ferendone quattro. Ricercato dalle forze dell'ordine, egli ripara in Dundee, dove si batte a duello e uccide il figlio del governatore anglofilo della città, tale Selby.

NIENTE KILT
Braccato dai soldati, William si dà alla macchia con un manipolo di seguaci. Il futuro eroe non indossava il kilt, come nel film di Mel Gibson, bensì un abito religioso, sotto il quale portava la maglia di ferro. Sotto la tonaca nascondeva la sua lunga spada. In queste vesti, metà monaco e metà guerriero, egli percorre le Highlands, ricevendo ad ogni passo l'appoggio dei contadini, che lo incitano a mettersi a capo di una rivolta nazionale. Anche gli Agostiniani, i Benedettini e perfino il vescovo di Glasgow lo esortano in questo senso. Egli comincia ad essere acclamato come uomo provvidenziale. Il 1° luglio 1297 Edoardo I invita i nobili scozzesi a firmare un accordo di pace, garantendo personalmente la loro incolumità. Giunti al luogo dell'incontro, però, vengono massacrati a sangue freddo. Quel giorno sparisce il fior fiore dell'aristocrazia scozzese. Anche William doveva partecipare all'incontro, ma a sorpresa sceglie di non presentarsi. Si diffonde la voce che egli si sia fermato per ragioni misteriose in una chiesa per pregare, e che sant'Andrea, patrono della Scozia, gli sia apparso avvertendolo delle macchinazioni di Edoardo. A questo punto scoppia la ribellione contro l'invasore inglese.

MUORE SVENTRATO MENTRE PREGA CON I SALMI PENITENZIALI
Seguono la decisiva vittoria del Ponte di Stirling (11 settembre 1297), e la non meno decisiva sconfitta di Falkirk (22 luglio 1298). Sir William, nel frattempo nominato Lord Guardian of Scotland, parte alla volta di Roma, dove ottiene da Papa Bonifacio VIII una bolla (27 luglio 1299) che esorta Edoardo I a lasciare la Scozia. Nonostante queste mosse, uno dopo l'altro tutti i nobili scozzesi prestano giuramento a Edoardo, lasciando William Wallace completamente isolato. Tradito da uno dei suoi, il 22 agosto 1305 Wallace è processato a Westminster Hall, Londra, e condannato a morte. Sul patibolo, egli si confessa con l'arcivescovo di Canterbury e chiede, come ultimo desiderio, di poter pregare il Salterio. Muore sventrato mentre recita i Salmi penitenziali. Un sacerdote inglese, presente all'esecuzione, affermerà più tardi di aver visto la sua anima accolta in Cielo da una schiera di angeli. Fatto o leggenda, questa visione di Braveheart portato in Cielo dagli angeli sarà un tema ricorrente nei sermoni per molti anni».

LA STORIA VERA È ANCORA PIÙ BELLA
La storia vera è insomma ancora più bella del film. Come è stato fatto notare: «Nel 1320, pochi anni dopo la vittoria di Robert Bruce, che aveva assicurato finalmente l'indipendenza al paese, davanti alla costante minaccia inglese, i nobili di Scozia, capi dei clan, rappresentanti del popolo di Scozia, si radunarono in un'abbazia benedettina, ad Arbroath, e stesero un manifesto che è un inno alla libertà e che non ha niente da invidiare alle moderne dichiarazioni dei diritti degli uomini tanto decantate. Questo manifesto era una lettera che gli scozzesi scrissero al Papa, firmandosi "la comunità di Scozia", quindi non facendo appello a Stato o nazione, ma alla comunità, chiedendo di essere lasciati liberi e di poter vivere in pace in virtù della loro dignità di battezzati. "In verità non è per la gloria, non per le ricchezze, non per gli onori che noi combattiamo, ma per la libertà, per quella sola a cui nessun uomo retto rinuncerebbe anche a prezzo della vita stessa...". Questo commovente manifesto si fondava dunque unicamente sul diritto a essere liberi per il fatto di essere cristiani, per la dignità che viene dal battesimo. Il Papa scrisse al re d'Inghilterra dicendo di lasciar stare gli scozzesi, e la Scozia poté godere di quel periodo di fioritura in pace che diede una civiltà di monasteri, di castelli, di università».

Verità su Enrique Gorostieta Velarde - Generale dei Cristeros



Uno scoop: La verità su Enrique Gorostieta Velarde






Il mio viaggio in Messico mi ha dato l’opportunità di approfondire una scoperta storica interessante su un personaggio che mi è particolarmente caro. Si tratta del Generale Enrique Gorostieta Velarde, il comandante dell’Esercito cristero.
La vulgata, fomentata anche dagli avversari, ha sempre voluto presentare il Generale come un ateo mercenario. A me questa immagine, in realtà, non ha mai convinto. Ora abbiamo le prove che non era così. Sono venuto a conoscenza di alcune lettere inedite inviate da Gorostieta alla moglie Tula, da cui si ricava inequivocabilmente che il Generale era un cristiano, convinto e praticante, e  che a muoverlo non era il soldo del militare, ma quella che nelle lettere alla moglie definisce espressamente la sua «fé ciega en Dios».
L’epitaffio sulla sua tomba al Panteon Español di Città del Messico, che io ho avuto l’onore di visitare, è inequivocabile. Nella parte finale recita: «Fue cristiano, patriota, militar y caballero. Tuvo un ideal en su vida y por él supo morir: Dios, Patria y Libertad». Prima di tutto «cristiano», e i suoi soldati lo sapevano bene.
Ho intenzione di pubblicare queste lettere inedite di Gorostieta una volta conclusa la traduzione, perché ritengo sia doveroso togliere definitivamente qualunque ombra sulle motivazioni che spinsero il Generale a combattere, e per mostrare al mondo la sua autentica ed incrollabile fede cattolica.
Oggi desidero pubblicare, come scoop in assoluta anteprima, la prima di queste lettere, scritta esattamente novanta anni fa, il 22 dicembre 1926, quando Gorostieta, lontano da casa, scriveva alla moglie rammaricandosi di non poter trascorrere il Natale in famiglia, avendo scelto il cammino impervio e ostico della lotta per la libertà della fede cristiana. E’ la lettera commovente di un uomo davvero innamorato di sua moglie e della sua famiglia.
  
Gianfranco Amato




«Mia amata,
Questa lettera sarà il tuo regalo di Natale e quello dei nostri figli. Non potendo trascorrerlo con Voi e non potendo rendermi utile per la tradizionale Festa, non mi resta che ricorrere a questo mezzo per farmi sentire da te e da loro.
La parola scritta dovrebbe servire ad esprimere ciò che pensiamo, ma limita la gioia di poterlo fare davvero. Quanti pensieri si affastellano nella mente che se esternati sarebbero luminosi ma che espressi inadeguatamente risultano solo nebulosi, oscuri e incomprensibili! Che posso fare se non tentare di farti giungere attraverso questa lettera, come meglio mi riesce, qualcosa di quello che serbo nel mio cuore? Ascolta, il tuo regalo di Natale è questa confessione che ti faccio: prima di conoscerti per la seconda volta, ossia quando solo e isolato pensavo a te, ti ho sempre riservato un posto speciale nel mio cuore accanto a quel poco di bene del tanto bene che Dio mi ha donato, e che mi restava. Il tuo ricordo palpitava con le mie uniche speranze e i miei unici aneliti, e fui sempre casto per te e solo per te. Più tardi, ti ho incontrato e ho realizzato i miei sogni, e quando hai accettato il mio affetto, ti ho posta al centro della mia vita.
Benedetta è la nostra unione sulla terra, e al tuo amore mi sono totalmente consacrato al punto che nemmeno una piccola ombra nella mia anima ha mai potuto oscurare la luce dell’affetto che nutro per te, mogliettina mia. Benedetta, poi, è la nostra unione dall’Altissimo, con uno, due, tre, quattro angioletti, non solo perché sono stato fedele al tuo amore come unico della mia vita, ma anche perché il mio sentimento si è concretizzato nell’elevarti in maniera incommensurabile, rendendomi pieno di orgoglio e facendo di te la mia Regina, per la cui felicità darei tutto me stesso, il mio corpo e la mia anima.
Affinché questo mio amore, questo mio sentimento, questa mia venerazione non diminuiscano e siano sempre degni del tuo affetto, ho messo in atto tutti i miei sforzi per correggermi e perfezionarmi, e ho intensificato la mia disciplina morale al punto di poterti dichiarare (e questo è ciò che oggi ti dono come regalo) che il tuo sposo è un uomo casto, più ancora di quando lo era da fidanzato; che il tuo sposo ti ama più di quanto ti amava da fidanzato, e che oggi tuo marito ti venera, ti adora, ti ama, ti desidera e ti rispetta molto più, molto più di quando, ieri, tu accettavi il suo amore arrossendo come una fidanzatina di provincia e gli concedevi un “sì” che prometteva il paradiso.
Con questa confessione (il tuo regalo di Natale) abbi la certezza che continuerò su questa strada per essere degno delle tue virtù e delle tue grazie. Questo è per te, vita mia. Ai miei figli, a cui non posso dare un bacio, non posso comprare una palla, che non posso far addormentare tra le mie braccia, come ho fatto molte volte, in un giorno tanto grande per il mondo come è il Natale, in un giorno in cui persino le belve si inteneriscono ascoltando il Gloria, mando, attraverso te, come regalo questa considerazione: tutte le privazioni che loro soffrono, tutti i dolori che tu ed io soffriamo hanno uno scopo: insegnare loro un cammino, tracciare loro una rotta. Io so bene che ci sono cammini più facili nel mondo, e Dio sa bene come io conosca anche il modo di percorrerli. Ma non sono questi i cammini che io intraprenderò. Ai miei figli lascerò lo stesso cammino impervio e ostico che ha seguito il loro nonno. L’unico cammino che può rendere sempre un uomo contento di averlo percorso fino in fondo, e felice per averne alla fine compreso il significato. L’unico cammino che mentre si percorre può donare una vera pace.
Io dono ai miei figli come regalo le privazioni e i dolori che sto provando nel cammino che ho intrapreso. Dà loro un grande bacio da parte mia, e non stancarti mai di evitare – non dico ora ma in futuro – che perdano la fede in questo cammino.
Con tutto il mio amore ti bacio sulla bocca».

Uno scoop: La verità su Enrique Gorostieta