venerdì 22 novembre 2013
Questa è una mela.
“Un confratello mi raccontava un aneddoto riferito a S. Tommaso
d’Aquino. Pare che all’inizio dei suoi corsi universitari, il santo
mostrasse ai suoi allievi una mela, dicendo “questa è una mela. Chi non è
d’accordo può andar via”. L’orgoglio, la superbia intellettuale non è
il pensare e l’argomentare ma il presumere di determinare, con il
pensiero, l’essere. San Tommaso
insegna giustamente che non è il pensiero a determinare l’essere, ma è
l’essere che determina il pensiero. Tomas Tyn lucidamente chiosava:
“solo Dio si può permettere il lusso di essere idealista, perché solo
Dio determina l’essere, distinto da Lui, ovviamente, perché il suo
essere non è determinabile, però tutti gli altri esseri distinti da Dio
sono determinati dal pensiero di Dio. Quindi l’uomo che pensa di poter
pensare le proprie idee, INDIPENDENTEMENTE DALL’ESSERE, è un uomo che si
pone al posto di Dio. Qui c’è veramente una affinità con la
demonologia, l’antropologia diventa demonologia.”
I draghi possono essere sconfitti - G. K. Chesterton
Le favole sono più che vere; non perché raccontano che esistono i draghi, ma perché ci dicono che i draghi possono essere sconfitti. (G. K. Chesterton, citato in N. Gaiman, Coraline, 2004)
Fairy Tales are more than true; not because they tell us that dragons exist, but because they tell us that dragons can be beaten.
Le favole non danno al bambino la prima idea di uno spirito cattivo. Ciò che le favole danno al bambino è la prima chiara idea della possibile sconfitta dello spirito cattivo. Il bambino conosce dal profondo il drago, fin da quando riesce ad immaginare. Ciò che la favola gli fornisce è che esiste un San Giorgio che uccide il drago (da G. K. Chesterton, The red angel, in Tremendous trifles).
Fairy tales do not give the child his first idea of bogey. What fairy tales give the child is his first clear idea of the possible defeat of bogey. The baby has known the dragon intimately ever since he had an imagination. What the fairy tale provides for him is a St. George to kill the dragon.
San Francesco e San Tommaso - G. K. Chesterton
"Sì; a dispetto dei contrasti che sono cospicui e addirittura comici quanto il paragone tra il grasso e il magro, tra l'uomo alto e quello basso; a dispetto del contrasto tra il vagabondo e lo studioso, tra il novizio e l'aristocratico, tra il nemico dei libri e l'amante dei libri, tra il più selvaggio di tutti i missionari e il più mite di tutti i professori, il fatto saliente nella storia medievale è che questi due grandi uomini lavoravano alla stessa grande opera; uno nello studio e l'altro per la strada. Non portavano qualcosa di nuovo nel cristianesimo, nel senso di qualcosa di pagano o di eretico dentro al cristianesimo; al contrario, portavano il cristianesimo dentro la cristianità. Ma lo riportavano all'indietro andando contro la pressione di certe tendenze storiche, cresciute fino a diventare atteggiamenti consolidati presso molte grandi scuole e autorità della Chiesa; e usavano strumenti e armi che a molti apparivano associati con l'eresia o il paganesimo. San Francesco usava la Natura un po' come san Tommaso usava Aristotele; e qualcuno aveva l'impressione che usassero una dea pagana e un sapiente pagano. Che cosa facessero effettivamente, e soprattutto che cosa facesse effettivamente san Tommaso, costituirà il principale argomento di queste pagine; ma è bene poterlo confrontare fin dal principio con un santo più popolare, perché così possiamo tirarne fuori l'essenziale nella maniera più popolare. Forse suonerebbe troppo paradossale dire che questi due santi ci hanno salvato dalla spiritualità; una fine spaventosa. Forse potrei essere frainteso se dicessi che san Francesco, con tutto il suo amore per gli animali, ci salvò dall'essere buddisti; e che san Tommaso, con tutto il suo amore per la filosofia greca, ci salvò dall'essere platonici. Ma è meglio dire la verità nella maniera più semplice; e cioè che entrambi riaffermarono l'Incarnazione, riportando Cristo sulla Terra."
G. K. Chesterton, San Tommaso d'Aquino
San Francesco e San Tommaso - G. K. Chesterton
"Il santo è una medicina in quanto è un antidoto. Ed è così, senza
dubbio, perché spesso il santo è anche un martire; viene scambiato per
veleno proprio perché è un antidoto. Di solito, lo vediamo rigenerare il
mondo con l'esaltare tutto ciò che il mondo ignora, che non è affatto
sempre la stessa cosa in ogni epoca. Eppure ogni generazione cerca il
proprio santo per istinto; e questi non è quello che la gente vuole, ma
piuttosto quello di cui la gente ha bisogno. È que¬sto senza dubbio il
vero significato delle famose parole, molto spesso fraintese, rivolte ai
primi santi: «Voi siete il sale della Terra», che fecero esclamare al
Kaiser con gran solennità che i suoi muscolosi tedeschi erano il sale
della Terra; e con questo intendeva semplicemente dire che erano i più
muscolosi della Terra, e dunque i migliori. Ma il sale insaporisce e
conserva il manzo, non perché è come il manzo, ma perché è molto
diverso. Cristo non disse agli apostoli che erano semplicemente quelli
che eccellevano, né che erano i soli a eccellere, ma che erano
l'eccezione, quelli permanentemente in contraddizione e incompatibili; e
il testo sul sale della terra è effettivamente aspro, pungente e brusco
come il sapore del sale. Proprio perché erano gli eccezionali, non
dovevano perdere le loro eccezionali qualità. «Se il sale perde il suo
sapore, con che cosa si salerà?» è una domanda molto più acuta che
continuare a lamentarsi sul prezzo del manzo migliore. Se il mondo
diventa troppo mondano, la Chiesa lo può rimproverare, ma se la Chiesa
diventa troppo mondana, non può essere coerentemente rimproverata dal
mondo per la sua mondanità.
È dunque il paradosso della storia che
ogni generazione sia convertita dal santo che più la contraddice. San
Francesco esercitò sui vittoriani un'attrazione strana, addirittura
inquietante: proprio sugli inglesi del diciannovesimo secolo che a prima
vista parevano ben soddisfatti dei loro commerci e del loro buon senso.
Pian piano, non solo un inglese discretamente soddisfatto di sé come
Matthew Arnold, ma perfino i liberali inglesi che egli criticava per il
loro autocompiacimento, cominciarono a scoprire il mistero del Medioevo
attraverso la strana storia raccontata a tinte contrastanti nei dipinti
agiografici di Giotto. C'era, nella storia di san Francesco, qualcosa
che andava a toccare tutte le tipiche caratteristiche inglesi più famose
e più banali, tutte le tipiche caratteristiche inglesi più nascoste e
più umane: la segreta tenerezza del cuore; la poetica vaghezza della
mente; l'amore per il paesaggio e per gli animali. San Francesco
d'Assisi fu l'unico cattolico del Medioevo a diventare famoso in
Inghilterra per i suoi meriti personali. Se il mondo moderno aveva
dimenticato quei meriti particolari, era stato in larga misura per un
sentimento inconscio. Le classi medie inglesi trovarono il loro unico
missionario proprio nella figura che disprezzavano più di ogni altro
tipo al mondo: un mendicante italiano."
San Tommaso, G. K. Chesterton
San Francesco e San Tommaso - G. K. Chesterton
"Se per caso dovessimo scorgere veramente le sagome di queste due figure,
(San Tommaso e san Francesco) scendere giù per il pendio avvolte nei
loro sai, troveremmo il contrasto addirittura comico. Sarebbe un po'
come scorgere, anche in lontananza, le sagome di Don Chisciotte e Sancho
Panza.
San Francesco era piccolo di statura, magro e vivace; esile
come un fuscello e vibrante come la corda di un arco; e nei movimenti
dritto come una freccia.
Tutta la sua vita fu un susseguirsi di tuffi
e galoppate: correre dietro al povero, piombare nudo in mezzo ai
boschi, saltare sullo strano vascello, irrompere nella tenda del sultano
offrendosi di gettarsi nelle fiamme. Doveva essere all'apparenza come
un'esile foglia d'autunno bruna e scheletrita eternamente fluttuante nel
vento; ma in effetti era lui il vento.
San Tommaso era un gran
pezzo d'uomo, pesante, grasso, lento e placido; dolcissimo e magnanimo
ma non molto socievole; timido, per non parlare dell'umiltà dei santi, e
astratto, per non parlare delle occasionali esperienze di rapimento ed
estasi, tenute accuratamente nascoste.
San Francesco era così
ardente, agitato addirittura, che gli ecclesiastici, davanti ai quali
appariva quasi di botto, lo credevano un pazzo. San Tommaso era talmente
flemmatico che gli studenti delle scuole che egli frequentò con
regolarità lo credevano un somaro. In effetti, era quel genere di
studente, non del tutto sconosciuto, che preferisce di gran lunga
passare per somaro piuttosto che lasciar invadere i propri sogni da
somari più attivi o dinamici di lui.
Questo contrasto esteriore
si estende un po' a tutti gli aspetti delle due personalità. II
paradosso di san Francesco consiste in questo, che, pur amando
appassionatamente la poesia, nutriva una certa diffidenza per i libri.
Ciò
che colpisce in san Tommaso è che amava i libri e viveva di libri;
preferiva cento libri di Aristotele e della sua filosofia ad ogni
ricchezza che il mondo potesse offrirgli. Quando gli chiesero di che
cosa più di tutto ringraziasse Dio, rispose semplicemente: «Di aver
capito ogni pagina che ho letto».
San Francesco era figlio di un
bottegaio, o un mercante della classe media, e se è vero che tutta la
sua vita fu una rivolta contro la vita mercantile del padre, è anche
vero che qualcosa gli rimase di quella sveltezza e adattabilità sociale
che fa ronzare i mercati come alveari. In altri termini, amante com'era
del verde dei campi non lasciava che l'erba gli crescesse sotto i piedi.
Era, come direbbero i milionari o i gangster americani, un filo ad alta
tensione. Grandissimo, tra tutti i nemici dell'ideale arrivistico,
aveva certamente rinunciato ad arrivare, ma non certo ad andare.
San
Tommaso, invece, veniva da un mondo dove avrebbe potuto gustare il
piacere dell'ozio, e rimase uno di quegli uomini per cui il lavoro ha
sempre qualcosa della placidità del tempo libero. Era un gran
lavoratore, ma nessuno lo avrebbe scambiato per un tipo dinamico.
Un
santo, prima ancora di essere santo, è un uomo; un santo dunque può
essere fatto di qualsiasi sorta o specie di uomo, e la maggior parte di
noi sceglierà tra queste differenti tipologie a seconda dei suoi gusti
personali. Ma io devo confessare che, se l'aureola romantica di san
Francesco non ha perso nulla del suo fascino per me, negli ultimi anni
ho cominciato a provare almeno altrettanto affetto, se non di più per
certi versi, per quest'uomo che inconsciamente era padrone di un grande
cuore e di una grande testa, come uno che erediti una grande casa, e vi
profonda un'ospitalità altrettanto generosa, anche se forse un po' più
distratta. Vi sono momenti in cui san Francesco, l'uomo meno attaccato
alla Terra di quanti siano passati sulla faccia della Terra, è perfino
troppo efficiente per i miei gusti.
San Tommaso d'Aquino è riapparso
di recente, nella cultura corrente delle università e dei salotti, in
una maniera che solo dieci anni fa sarebbe sembrata decisamente
sorprendente, e il sentimento che ha fatto nascere intorno a sé è senza
dubbio ben diverso da quello che rese popolare san Francesco una ventina
di anni fa."
San Tommaso d'Aquino, G. K. Chesterton
San Francesco /2 - G. K. Chesterton
"Il mondo circostante era, come si è già notato, un groviglio di dipendenze familiari, feudali, e altre. L'idea complessa di San Francesco era che i Piccoli Frati dovessero essere come pesciolini, liberi di muoversi a proprio piacimento in quella rete. E potevano farlo proprio per il loro essere piccoli e perciò guizzanti. [...] Calcolando, per così dire, su questa astuzia innocente, il mondo era destinato ad essere circuito e conquistato da lui, e impacciato nel reagire alla sua azione. Non si poteva di certo lasciar morire di fame un uomo continuamente votato al digiuno, né lo si sarebbe potuto distruggere e ridurre alla miseria, poiché era già un mendicante. Vi sarebbe stata una soddisfazione ben scarna anche nel percuoterlo con un bastone, poiché egli si sarebbe lasciato andare a salti e canti di gioia, essendo l'umiliazione la sua unica dignità. E nemmeno lo si sarebbe potuto impiccare, perché il cappio sarebbe divenuto la sua aureola."(cap. VII)
Francesco d'Assisi, G. K. Chesterton
San Francesco/1 - G. K. Chesterton
"[San Francesco] non confondeva la folla con i singoli uomini. Ciò che distingue questo autentico democratico da qualunque altro semplice demagogo è che egli mai ingannò o fu ingannato dall'illusione della suggestione di massa. Qualunque fosse il suo gusto per i mostri, egli non vide mai dinanzi a sé una bestia dalle molteplici teste. Vide unicamente l'immagine di Dio, moltiplicata ma mai ripetitiva. Per lui un uomo era sempre un uomo, e non spariva tra la folla immensa più che in un deserto. [...] Nessun uomo guardò negli occhi bruni ardenti senza essere certo che Francesco Bernardone si interessasse realmente a lui, alla sua vita intima, dalla culla alla tomba, e che venisse da lui valutato e preso in considerazione. [...] Ora, per questa particolare idea morale e religiosa non c'è altra espressione esteriore che quella di "cortesia". "Interessamento" non può esprimerla, perché non è un semplice entusiasmo astratto; "beneficenza" nemmeno, perché non è una semplice compassione. Può solo essere comunicata da un comportamento sublime, che può appunto dirsi cortesia. Possiamo dire, se vogliamo, che San Francesco, nella scarna e povera semplicità della sua vita, si aggrappò a un unico cencio della vita del lusso: le maniere di corte. Ma mentre a corte c'è un solo re e una folla di cortigiani, nella sua storia c'era un solo cortigiano attorniato da centinaia di re."
Francesco d'Assisi, G. K. Chesterton (cap. VI)
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